Cronos, i Venom e la nascita del black metal

L’impatto dei Venom e di un personaggio come Cronos sulla scena heavy metal degli anni Ottanta, e di conseguenza su ciò che sarebbe venuto dopo, difficilmente può essere sovrastimato. La prematura scomparsa di Cronos può essere un’occasione per chiederci quale sia stata la loro importanza storica. Un’importanza che riguarda certamente il fatto stilistico – un nuovo modo di fare heavy metal, nonché di stare sul palco – ma anche un fatto terminologico: il brano e soprattutto l’album Black Metal, pubblicato nel 1982, e la straordinaria fortuna che quell’espressione avrebbe conosciuto negli anni successivi.

I Venom hanno dunque “inventato” il black metal? Più in generale, che cosa significa inventare un genere?

In un contesto completamente avulso dal nostro, l’etnomusicologo Jacopo Tomatis ha osservato: “Nessun genere ‘nasce’, né tantomeno può essere ‘inventato’ da qualcuno. Casomai, si può inventare un termine, un’etichetta di genere, che insieme conferisca coerenza a fatti musicali già percepiti come affini, faciliti la strutturazione delle convenzioni già condivise, e contribuisca a determinare fatti e pratiche musicali successivi” (Storia culturale della canzone italiana). La riflessione di Tomatis ci invita a spostare per un momento l’attenzione dal fatto stilistico a quello linguistico – dal suono al discorso che viene costruito intorno al suono.

È del tutto legittimo tracciare una continuità che dai Venom conduce, attraverso Bathory, Celtic Frost e altre esperienze dell’underground estremo degli anni Ottanta, all’affermazione di una scena black metal propriamente detta all’inizio degli anni Novanta. Gli stessi Mayhem raccolsero e radicalizzarono elementi musicali e simbolici provenienti da quelle band, contribuendo poi a riunirli entro un’estetica coerente. Ma la continuità che oggi ci appare evidente è frutto di una costruzione a posteriori – appunto, di un discorso.

L’adozione del termine si sviluppa nel contesto dell’Inner Circle di Oslo e della sua figura centrale: Øystein Aarseth, in arte Euronymous. Il metal estremo dell’epoca, secondo Euronymous, non consentiva di sviluppare con piena coerenza l’estetica della morte e del male che si era affermata con l’ingresso di Dead e soprattutto con il gesto estremo di togliersi la vita. Secondo lo storico Dayal Patterson, proprio dopo la morte di Dead Euronymous contribuì a “ridefinire e rilanciare il black metal”, recuperando il termine dei Venom e associandolo a un ethos, oltre che a un modo di suonare. “Death metal” avrebbe dovuto significare una musica in grado di riverire la morte e il male; ma, se le band che si attribuivano questo nome avevano smesso di coltivare tale ethos, chi invece lo faceva doveva scegliersi un’altra etichetta. I Venom – la cui influenza sulla scena norvegese era chiara e dichiarata – offrivano involontariamente l’espressione più utile.

Il “black metal” dei primi anni Novanta nasce dunque anche come atto di classificazione e distinzione. La parola serve a dire chi appartiene a quella musica e chi no, quali pratiche sono considerate autentiche e quali estranee. Il suo utilizzo non è solo stilistico, ma anche ideologico: Ihsahn sosteneva che non fosse possibile suonarlo senza un fondamento satanico, mentre Euronymous poteva arrivare a negare l’etichetta agli Immortal e attribuirla invece a Soulside Journey dei Darkthrone, oggi normalmente classificato come death metal.

Per Cronos, nel 1982, “black metal” significava qualcosa di diverso. L’espressione nasceva all’interno del lessico dei Venom, come una formula capace di condensare oscurità, riferimenti satanici – ma senza pensarlo come un culto –, velocità e aggressività. Oggi siamo abituati a distinguere con una certa nettezza i diversi sottogeneri dell’heavy metal. Ma queste classificazioni sono il risultato di una sedimentazione successiva. All’inizio degli anni Ottanta i confini erano assai più mobili, e i Venom stessi riunivano elementi che oggi tenderemmo a distribuire tra heavy, speed, thrash, black e probabilmente altro ancora.

I Venom, dunque, non inventarono nel 1982 il genere così come si sarebbe stabilizzato dieci anni più tardi. Inventarono però – o, più precisamente, fissarono – un nome. E quel nome entrò nella storia della musica, fu ripreso da altri e contribuì a organizzare pratiche, appartenenze e nuovi modi di suonare. È esattamente il secondo movimento descritto da Tomatis: l’etichetta nasce per conferire coerenza a ciò che già esiste, ma finisce poi per contribuire a determinare ciò che viene dopo.

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